Adriano Zanni

Adriano Zanni, fotografo, artista sonoro e field recordist, realizza mostre fotografiche e installazioni e si esibisce dal vivo realizzando live set nei quali interagiscono fra loro sonorità elettroniche sperimentali, fotografie e registrazioni ambientali. Il suo nuovo album "Post Dub Cities" è in uscita il il 2 ottobre 2026 per Bronson Recordings.

Adriano Zanni annuncia il nuovo album Post Dub Cities, musica e foto per città senza testimoni, in uscita il 2 ottobre 2026 per Bronson Recordings, anticipato dal nuovo singolo Crisopoli

I titoli dei brani di Post Dub Cities – il nuovo album di Adriano Zanni, fotografo, artista sonoro e field recordist, in uscita il 2 ottobre 2026 in vinile e digitale per Bronson Recordings – evocano il dopo, quel momento in cui un luogo continua a esistere, a vivere, ma non più in funzione di qualcuno. L’elemento umano è scomparso, che sia accaduto da un giorno all’altro, o con un abbandono lento, durato anni. La prospettiva muta: gli edifici, le abitazioni, i palazzi scoprono una dimensione di realtà propria, in cui anche le rovine danno forma a questo paesaggio che resiste, che si trasforma in pura presenza.

Questo, del resto, è il nostro destino. Il destino di noi esseri umani, della nostra civiltà, di ogni civiltà: andarcene, venire dimenticati, erigere monumenti di cui nessuno dopo il nostro passaggio ricorderà più il significato.

Disponibile su tutte le piattaforme digitali da oggi 24 luglio, il primo singolo Crisopoli è il brano che apre Post Dub Cities. Il pezzo trasforma la dimensione sonora di una città in una camera d’eco: un dub urbano e oscuro, fatto di delay e risonanze, che conserva l’impronta di ciò che non c’è più — come una linea di basso che continua a vibrare anche quando la sorgente si è spenta. Ciò che vediamo non è la presenza, ma il suo riverbero.

Adriano Zanni da molto tempo esplora, con la musica e con le fotografie, il paesaggio che si delinea al nostro orizzonte, di osservatori attenti eppure muti. Come fossimo assenti, una civiltà ormai scomparsa: la presenza umana è dissolta, si prepara all’oblio. La descrizione precisa dei luoghi attraverso il field recording, il bianco e nero delle immagini, danno luogo ad apparizioni, allucinazioni, memorie. Meno siamo presenti, più cerchiamo un senso, ci opponiamo all’abbandono, all’indifferenza del tempo.

Nelle dieci tracce (più tre bonus track) di Post Dub Cities gli echi e riverberi del dub ci permettono di avere accesso a un avvenire sconosciuto, ancora non raccontato – in cui noi non siamo che un ricordo vago. Un beat essenziale, avvolgente, solenne, come i segni su una mappa che nessuno sa più leggere, ma che dissemina tracce, da esplorare senza avere il timore di perdervisi. Il suono profondo ci guida all’interno di un panorama familiare eppure ignoto, irriconoscibile. Il battito freddo, distante, industriale, risuona in noi come fossimo l’ultimo, fin troppo consapevole, abitante di un villaggio ormai deserto.

Ogni luogo lascia aperti interrogativi, diffonde misteri, ci fa chiedere, ininterrottamente: cosa è accaduto qui? Alla fine, scopriamo che in realtà non ci interessa così tanto saperlo, conoscere i dettagli della scomparsa. Li intuiamo, lo abbiamo già visto succedere, altre mille volte. Esattamente come nelle foto che accompagnano il disco, ritratti delle città spettrali, deserte: Belgrado, come Venezia, Dublino, Sarajevo, Lisbona, Cracovia, Sofia, Napoli, Hanoi, Lampedusa, Teheran. Inaspettatamente, piacevolmente svuotate di persone, e delle loro ossessioni, lotte, illusioni.

La folla poi, all’improvviso, ritorna. Indaffarata, febbrile, operosa. Il disco termina, l’incantesimo finisce. Sentiamo la nostalgia di un futuro che non è ancora stato, di un luogo che abbiamo potuto osservare solo perché non eravamo presenti.

Testo di Marco De Vidi


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